Le classi IV e V dell’IIS Majorana di Moncalieri incontrano Domenico Quirico

il_grande_califfato_02Domenico Quirico21 gennaio 2015. Domenico Quirico parla alle ultime classi del Majorana, riunite nell’Auditorium della scuola, della sua idea di reporter, della sua concezione morale del giornalista che opera su territori dilaniati da guerre e genocidi. Con la sua fermezza e la sua lucidità incide i pensieri di chi lo ascolta, di chi si lascia trasportare dai suoi racconti e dai suoi ragionamenti. Ragionamenti che partono dalla sua idea etica del lavoro: trasformare la storia di esseri umani, distanti nello spazio e immersi nel male della guerre e delle violenze in un racconto, tradurre i numeri dei morti in volti di persone, essere presenti ai fatti, alle morti, alle sopraffazioni per poter dir al mondo quello che sta capitando con le giuste emozioni, con le tensioni e le paure della gente. I giornalisti, secondo Quirico, devono arrivare al momento giusto nei luoghi incriminati, altrimenti falliscono nella loro missione, nel loro compito; per questo motivo, sostiene, sono arrivati tardi in Ruanda, perché quando sono andati là, era già successo tutto, quindi hanno solo potuto descrivere il risultato del genocidio. Non hanno potuto condividere quella storia e non l’hanno raccontata al momento giusto, non hanno potuto dire subito al mondo che un genocidio era in atto tra hutu e tutsi e hanno, quindi, tradito la ragione etica che giustifica il mestiere dell’inviato di guerra: sì, perché la lo loro responsabilità morale potrebbe muovere il resto del mondo ad intervenire, in qualche modo. Il mestiere del giornalista è, dunque, vedere e raccontare; vedere, condividere il dolore e raccontarlo. Anche in Siria, sostiene, il lavoro è stato fatto male. Non si è capito che era già stato deciso tutto da tempo, che bisognava arrivare nel 2011, quando si stava diffondendo la rivolta dei giovani rivoluzionari siriani, che ha portato alla lunga guerra civile, quella che oggi conta già più di 200.000 morti, di cui solo il 10% sono combattenti, mentre tutti gli altri sono uomini, donne e bambini. Così la Siria è un Paese raso al suolo e si sono diffusi nel mondo 3.000.000 di rifugiati siriani. I primi rivoluzionari non ci sono più perché sono tutti morti e al loro posto ci sono le Brigate Internazionali islamiche, con scopi ben diversi rispetto a quelli per cui era partita l’idea rivoluzionaria. Sono gli scopi che tutti i giorni abbiamo modo di intendere dalle cruente immagini proposte dai media: uccisioni, decapitazioni, roghi… Quirico sostiene con razionale lucidità che quello che vogliono le Brigate Internazionali è uno Stato Integrale islamico, sul modello del Grande Califfato del VI-VII secolo; sottolinea che è un progetto possibile e i rivoluzionari sanno lavorare con velocità ed ottenere risultati incredibili.  A noi occidentali sfugge la globalità di questa realtà, anche perché la nostra concezione del tempo è differente, sempre protesa verso il futuro, partendo solo dal presente, incapace di vedere che l’Islam affonda ancora le sue radici nell’Egira del 632 e rende il passato contemporaneo, portavoce di emozioni vere.

Elisabetta Boschiggia

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