RIFLESSIONI DOPO UN MESE DAL VIAGGIO

“Il treno della memoria” è un progetto in cui chi aderisce visita i campi di concentramento di Auschwitz e di Birkenau e di altri siti importanti polacchi per la storia del nazismo. Il sottoscritto, desideroso di parteciparvi, è partito insieme ad altri compagni coetanei del Majorana-Marro e del Pininfarina tramite le organizzazioni di Moncalieri giovane e di Deina. Il mio obiettivo è di raccontare ciò che ho provato, sperando di far riflettere me medesimo durante la scrittura e i miei lettori…

In questo articolo, voglio evitare di scrivere le classiche frasi scontate che fuoriescono dopo ogni pensiero su questa tematica. Basta, con i classici “per non dimenticare” o “come si è potuto verificare qualcosa del genere” o ” se non andate non potete capire”. É accaduto, lo ricordiamo una volta all’anno , il 27 febbraio, se va bene, e proveró a condividere le sensazioni che mi ha suscitato questa esperienza. Male non farà per me di sicuro, anche se penso che nessuno riuscirà a capire ciò che veramente ho in testa. Come sempre a dir il vero, si capisce solo in parte ciò che una persona si sente, pensa o scrive.

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Dopo la visita ai campi, ti senti incompiuto. Troppo grande Birkenau per non sentirti spaesato o inadeguato, idem per Auschwitz per le sue immagini durissime. A me personalmente, hanno colpitimg_8846o tantissimo le valigie che i deportati portavano per il campo e i loro particolari. Avevano scritto il  nome dei proprietari  e contenevano oggetti “casalinghi”che solitamente si portano in gita o in un viaggio. Ciò fa capire quanto fossero ignari di quello che sarebbe successo a loro poco dopo. Alcune ventiquattrore avevano una scrittura molto infantile. Quindi, anche i bimbi avevano la loro personale piccola valigia. In quel preciso momento, mi sono immaginato un parallelismo con un bambino di oggi che parte per la sua prima gita scolastica con i suoi amichetti o durante il primo viaggio all’estero con la sua famiglia: infanti ricchi di curiosità e di speranze. Assolutamente incoscienti della crudeltà del campo. Chi sa quante volte, avranno chiesto ai rispettivi genitori che cosa si dovessero aspettare dall’eminente esperienza. Penso che per non farli preoccupare, rispondessero  molto vimg_8847.pngagamente. Tra l’altro, anche gli stessi genitori, non erano del tutto consapevoli del loro futuro macabro: si per carità, sapevamo che sarebbero partiti per un campo in cui si lavorava duramente, ma non si aspettavano in condizioni così estreme. D’altronde, i nazisti con la propaganda ci sapevano fare: per esempio sfruttando gli ospedali che erano presenti nei campi, per dimostrare che addirittura  pensavano alla salute dei loro deportati, tenendo ben nascosto il piccolo particolare che gli ospedali erano privi di medicine.

Durante la visita dei campi, ho notato alcuni ragazzi con la bandiera israeliana, non uno stato qualsiasi. Ciò mi ha subito fatto pensare alla “risurrezione” degli ebrei. Oggi Israele è uno stato economicamente all’avanguardia nonostante la mancanza di risorse naturali dovute a un terreno piuttosto desertico. È una località turistica con relazioni con tutto il mondo ed è da non sottovalutare anche militarmente, visto che è una delle poche nazioni che possiede la bomba atomica. Ho osservato constantemente la stella di David nella israelebandiera, e in quei frangenti ho pensato a come gli ebrei sono riusciti a reagire positivamente. Di conseguenza, mi sono sentito meno solitario e più galvanizzato durante la visita. Peccato, che poco dopo, ho iniziato a pensare a come sono riusciti a rilanciarsi.

N. B. Sì, Dopo i campi, i pensieri su di essi cambiano notevolmente, in maniera frenetica, con tante idee e riflessioni che si collegano o si miscelano ad altre precedenti.

Quindi, il passo successivo mi ha fatto pensare al loro comportamento, i quali da deportati hanno subito tutta la stupidità e l’egoismo umano possibile e immaginabile. Questa vicenda, mi ricorda parecchio il bullismo della società attuale o la legge del più forte di Darwin: il presunto più duro se la prende con qualcuno meno forte che a sua volta si approfitta di qualcuno ancora più debole. I protagonisti, in questo caso, sarebbero la Germania, in rialzo dopo le sanguinose sconfitte e sanzioni conseguenti al primo conflitto mondiale, si aprofittano degli ebrei, che a loro volta, non hanno avuto troppi scrupoli nei confronti della Palestina. Avverto molta ipocrisia in tutto ciò.

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Non mi stupisce proprio, che pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale siano nati altri campi di concentramento in Cina e in Corea del Nord e piccolo dettaglio, sono ancora presenti attualmente in questi territori. Ma sono lontano da noi, quindi non gli diamo il giusto risalto. Vi consiglio di cliccare il link che metterò in fondo all’articolo, per farvene un’adeguata idea e opinione merito di una testimonianza di Shin Dong-hyuk, un ragazzo nordcoreano nato, vissuto e scappato dal campo numero 14 della sua nazione, il più duro e brutale in assoluto. Ha anche scritto un libro sulla sua vita-odissea, chiamato “fuga dal campo 14”.

Queste due “vicende”, mi fanno pensare che la crudeltà e l’indifferenza siano una parte innata di noi, una parte intersecata nel nostro DNA e immancabile in noi. A dimostrazione di ciò basta pensare all’esperimento carcerario di Stanford, nel 1971. Questo esperimento consiste nella divisione di un gruppo di ventiquattro volontari in guardie e in prigionieri in una prigione simulata. Già dopo un paio di giorni, le guardie hanno avuto comportamenti dittatoriali e macabri mentre i detenuti cercavano di ribellarsi fino ad arrivare addirittura all’accettazione del ruolo passivo. Dopo cinque giorni, l’esperimento è stato sospeso visto la gravissima situazione avvenuta.

Negli incontri successivi alla visita dei campi, l’opinione comune è che, anche grazie alla realizzazione di piccoli gesti nel nostro piccolo, questo senso di crudeltà dovuto al pregiudizio possa essere eliminato o meglio limitato. Io ho molti dubbi al riguardo. Proprio perché trovo che siano caratteristiche fisse nella nostra natura. Mi dispiace non scrivere un messaggio di speranza dopo la mia esperienza, ma onestamente è ciò che provo in questo momento. Mi sento molto fortunato per aver avuto l’occasione di partecipare a questo ambizioso progetto e quindi mi intristisce un po’ questo tortuoso pensiero che ho realizzato. Tuttavia, guardo il bicchiere mezzo pieno: almeno ho una mia opinione personale, non la penso come la maggior parte dagli altri ragazzi. Nel bene e nel male torno da questo viaggio con consapevolezza di aver una testa mia, di non seguire il gregge. E non penso che sia un’ovvietà nella società di oggi. Tra l’altro posso benissimo accennare altri esempi plateali e piuttosto sottovalutati dal pensiero comune: l’Ungheria e la Grecia come stanno trattando i profughi? E il muro che vuole costruire Trump per dividere il suo popolo con il Messico? Penso che questo viaggio sia la possibilità più acclatante e grande per capire come gira il mondo. Perché passano gli anni, ma il moto di rivoluzione è rimasto invariato.

Come già accennato in precedenza, questa è la mia convinzione dopo un mese dal ritorno alla vita quotidiana. Quindi ciò non significa che in un futuro, anche semplice, non potrò cambiare totalmente idea.

La sensazione più affascinante che ho provato riguarda la fusione del passatimg_8848o con il presente durante la permanenza in Polonia. Ho capito maggiormente il valore del tempo. Capita di pensare al genocidio, di immedesimarsi in un deportato e immediatamente dopo ti domandi cosa si farà la stessa sera. Si intreccia la compassione con l’egoismo proprio. La visita ai campi è come una fuga dalla quiete monotonia del presente per buttarsi a capofitto senza paracadute nel tragico passato. Come se avessimo a disposizione la DeLorean del celebre film “Ritorno al futuro”. Il senso del tempo si perde completamente. Ti accorgi che è passato inesorabilmente solo quando ritorni. In quel momento in cui ti ricordi che hai sperimentato un’esperienza che non potrai più rivivere.

Consiglio a chiunque di partecipare al promemoria proprio per le forti emozioni che è capace di trasmettere e per interessarsi a questa sottovalutata tematica oltre che alle ancora più snobbate questioni attuali. Cosa si vuole capire del passato o del futuro se non si è consapevoli del presente in cui viviamo?

Ringrazio Deina, Moncalieri giovane, la scuola e i miei genitori per l’opportunità che mi hanno concesso.

Testimonianza

Andrea Agosto 5º A

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